Sessantacinque anni e più…

 

 

 

A ridosso del bosco c’è un noce. Pare una sentinella silenziosa e attenta. Quando ci si incammina per il sentiero non si può fare a meno di sostare un attimo davanti a questo colosso. È imponente, massiccio, dai rami forti e ben modellati. Vien voglia di abbracciarlo oppure di mettersi seduti al suo fianco ad ascoltare, in religioso silenzio, il suo respiro.

Ora che le giornate cominciano ad intiepidirsi si può dire che ha superato un altro inverno. Non molto freddo, in verità, anche se gli attacchi, oramai, arrivano, e non solo per le piante, in maniera più subdola e non più seguendo ritmi stagionali. Eppure è lì, non molla. Sopporta venti tempestosi e piogge monsoniche. Lunghe giornate di caldo africano e carenza d’acqua.

Lo scorso anno la grandine, forse gelosa e inferocita per la sua longevità, se l’era presa con il povero albero e l’aveva martoriato con proiettili duri come pietre e grossi più delle noci che, durante la sua lunga esistenza, ha sempre regalato a tutti. Una lapidazione. Una lapidazione per una povera vittima innocente e inoffensiva.

Quel giorno, passata la buriana che aveva buttato all’aria innaffiatoi, vasi di fiori e sedie da giardino, non avevo resistito alla tentazione di fare un giro tra le cicatrici della natura. Il noce, provato e sofferente, pareva aver pianto tutte le lacrime di questo mondo.

- Che ne sarà di lui? – avevo chiesto a un uomo che mi ero ritrovato di fianco. Una persona alla quale credo di non aver mai rivolto la parola prima di allora.

L’uomo mi aveva guardato dritto negli occhi. Le sue rughe parevano trofei guadagnati sul campo.

- Questo albero è vecchio quasi quanto me. Ne ha passate tante. Una trentina di anni fa è pure sopravvissuto ad un incendio che si è mangiato metà del bosco. Io, nei giorni seguenti, tutte le mattine portavo delle secchiate d’acqua fresca per le sue radici. Mi prendevano per matto. I boscaioli volevano farne legna da ardere. Io l’ho difeso e, lui, a sua volta, si è difeso. –

A quel punto l'uomo, la cui voce pareva incrinarsi, aveva rivolto lo sguardo verso il noce. Forse per non far vedere la sua commozione o la sua sofferenza.

- Ce la farà – aveva poi aggiunto - Ce l’ha sempre fatta. –

Aveva ragione. A un anno di distanza l’albero è sempre lì al suo posto, rifugio per uccelli di varie specie e, fino a poco prima dei divieti e delle restrizioni, torre per i giochi di bambini coraggiosi.

Ora che sono confinato in casa, ma sarebbe più appropriato dire casa/giardino/bosco, penso a lui che, ultrasessantacinquenne, ne ha passate tante. Dalla finestra scruto la strada deserta e mi scappa un sorriso…

 

 

 

©giovannisoldati   marzo2020

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento:

26 ottobre 2020

 

Creato da Matteo Soldati