Paura sottovuoto

 

 

 

Apro la porta e mi guardo intorno. Nessuno. Meglio. Non prendo nemmeno in considerazione l'idea di salire sull'ascensore. Figuriamoci. Già lo detestavo prima… Quindi, avanti: sono solo tre rampe di scale. Solo si fa per dire. Per me, anni settantotto portati non troppo bene e vedova da due, scendere tutti quei gradini, ma soprattutto salirli, è un bello sforzo.

Ho messo mascherina e guanti ma non mi sento per niente sicura.

- La tele ce la racconterà giusta? – penso.

Di solito, per andare a far la spesa, prendevo il bus numero 3. È comodo. Ogni quindici minuti si ferma a due passi da casa mia. Lo vedo. Eccolo. Puntuale come sempre. Il guidatore rallenta come se si dovesse fermare. Mi giro dall'altra parte e fingo di guardare una vetrina. Con la coda dell'occhio lo vedo transitarmi accanto. Alla guida c'è Roberto; così mi aveva detto di chiamarsi quando ancora ci si parlava senza problemi. Ha due figli in età scolastica: chissà se, in alternanza con la scuola, sono dai nonni…

Finalmente alzo lo sguardo e mi incammino in direzione del supermercato che, in realtà, non si trova proprio a due passi.

 - In fondo – penso – dicono di fare un po' di moto, no? -

Mentre procedo lungo il marciapiede mi rendo conto di rasentare i muri e di guardare i passanti che vengono nella mia direzione come fossero dei nemici. Corrugo la fronte. Mi manca il fiato ma voglio farcela. Devo farcela.

L'ingresso del negozio è una dogana.

Dopo essere rimasta in fila per un buon quarto d'ora, sono quasi impietrita di fronte ad una ragazza, peraltro gentilissima, che mi disinfetta la barra del carrello e mi dà l'ok per entrare.

Mi sento un sub senza boccaglio. Seguo meccanicamente le frecce sul pavimento. Mi ronzano le orecchie e mi sudano le mani. Comincio a riempire il carrello senza una logica, come un automa svalvolato.

Dalla corsia di fianco una donna bionda mi osserva e sorride.

- Buongiorno signora. Ha bisogno d'aiuto?

Io balbetto qualcosa d'incomprensibile. Intanto l'altra mi si avvicina.

- Si sente bene? -

 Sì, certo… è solo che… -

Non so che dire. Il cuore mi batte forte in gola.

- Non si preoccupi. La prima volta è così per tutti. Si rilassi e mi segua. A proposito: io mi chiamo Milena. Se mi fa vedere il biglietto della spesa le do una mano e facciamo in un attimo. -

- Adele. – rispondo in apnea. Cerco di sorridere ma sono quasi sicura che, sotto la mascherina, non si nota.

 – È molto gentile Milena. – riesco poi ad aggiungere - Fa così con tutti? –

- Eh, magari fosse possibile! Ho anch'io i miei problemi. Piccoli, grandi, così così… Però, col mestiere che faccio, so riconoscere la paura. –

Arrossisco ma anche questo spero non si veda. Allora Milena mi racconta di essere psicologa e che, ultimamente, molte persone hanno perso il sonno e, alcune, pure il lume della ragione.

- La paura è figlia dell'incertezza e sta contagiando tutti ben più del virus. – sentenzia guardandomi dritta negli occhi – Senza contare coloro, soprattutto di una certa età, che prendono internet come una Bibbia e “si abbeverano” senza discernimento: sul virus, sulle diete da seguire, su come comportarsi. E ciò pur sapendo che, in rete, viene detto tutto e il contrario di tutto. –

Poi, mentre mi passa una confezione di spaghetti, continua:

-  Il mio telefono è preso d'assalto da persone in preda ad attacchi di panico: donne e uomini, ma anche qualche giovane, che denotano chiari sintomi di depressione. Cercano aiuto ma, in certi casi, non ci sono ricette valide. -

Non è vero che ci mettiamo un attimo per fare la spesa. Anzi. Ci prendiamo i nostri tempi con calma e accompagnati da qualcosa che comincia a somigliare a buonumore.

- Ma lei non ne ha di paura, Milena? -

- Certo che ho paura. Paura per me, per mio marito, per mia figlia. E poi giù giù per i miei parenti, amici, conoscenti. Per i miei pazienti. Ma io voglio essere più forte della paura. Devo essere più forte. –

Oramai siamo quasi in vista delle linee gialle che segnano la distanza da tenere prima delle casse.

- Lo vede quel prosciutto sottovuoto? – dice ancora ridendo – La mia paura la conservo così, spiaccicata e senz'aria. Decido io come e quando darle spazio. È sottovuoto perciò non ne perdo il controllo. -

Parlare con una psicologa in modo del tutto informale mi ha fatto bene. Mi chiedo se siano tutte persone così alla mano o se, invece, anche la mia simpatica interlocutrice abbia bisogno di darsi agli altri per sconfiggere questo mostro destabilizzante.  Ad ogni buon conto la paura non mi è passata ma ho capito che spetta a me gestirla.

Così, una volta in strada, la saluto con gratitudine quasi fosse la mia terapista.

- Fra tre giorni io sarò qui più o meno alla stessa ora. Ci si rivede, vero? - mi dice Milena. Nei suoi occhi la speranza per un sì.

Allora le prometto che farò il possibile per esserci. Poi, dopo averla vista attraversare la strada quasi di corsa, mi incammino verso casa. Nonostante il peso della borsa il passo è più spedito.

- La prossima volta – mi dico - potrei anche prendere il bus. –

 

  

 

©giovannisoldati     maggio2020

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento:

2 giugno 2020

 

Creato da Matteo Soldati