Ora d'aria

 

 

Mi inerpico lungo la strada che da Pedrinate porta al Colle di Santo Stefano. C'è silenzio. Qui è ancora possibile. Anche in questi strani giorni in cui ci sentiamo rincorsi da forze oscure. Quassù, col profumo di fieno tra le narici, ho trascorso l'infanzia e questa stradina l'ho percorsa più e più volte.

Arrivati in cima la vista è mozzafiato. L'oratorio dedicato a Santo Stefano, che si dice risalga addirittura a prima dell'anno mille, pare messo lì come silenzioso testimone della bellezza di una natura sempre più umiliata.

A metà salita incrocio una signora che non vedevo da una vita. È carica d’anni e di fatiche. Mi guarda appena e, di sicuro, non mi ha riconosciuto. Vorrei fermarla e dirle:

- Buongiorno Teresina, sono io! Sono quel bambino che… -

Ma non lo faccio. Non oso entrare nei suoi pensieri. Gli anni sono un peso per tutti.

Poco prima di arrivare all'ultimo strappo che porta alla chiesa, una spianata allarga sguardo e mente. Da una parte sulla Pianura Padana e sui vigneti del villaggio, dall'altra sul resto del Mendrisiotto. Dalla piattaforma del vecchio stand di tiro al piattello, in assenza di vegetazione, pare di cadere sui tetti sottostanti o sui binari della ferrovia.

E qui il ricordo corre inevitabilmente all'infanzia quando la piccola scuola di Pedrinate contava quindici allievi, tra cui io, spalmati su cinque classi. La nostra maestra, peraltro bravissima, doveva occuparsi soprattutto dei più piccoli perciò non era inusuale che lasciasse, a noi più grandicelli, ampi spazi di manovra.

Una mattina, non ricordo se in quarta o in quinta elementare e se fossimo due o più ragazzi, ci fece prendere l'astuccio e una cartelletta contenente diversi fogli da disegno e ci mandò in cima al colle di Santo Stefano col compito di disegnare tutto ciò che vedevamo del Mendrisiotto. Inutile dire che uscimmo dall'aula col petto gonfio d'orgoglio. Passammo tutta la mattina facendo correre lo sguardo dal Poncione d'Arzo, a sinistra, fino al Bisbino. Tra una risata e l'altra cercammo di disegnare tutti i paesi distesi al sole (allora si distinguevano bene l'uno dall'altro). Forse la più bella lezione di geografia della mia vita.

Al nostro rientro in classe trovammo la maestra tutt'altro che preoccupata per non averci avuto sott'occhi per tutta la mattinata. Come, del resto, non ebbero nulla da ridire i nostri genitori. Negli anni sessanta niente strascichi per l'insegnante né lettere al veleno sui giornali da parte di genitori ansiosi…

Mi fermo un attimo e respiro a pieni polmoni. L'aria è tersa e, per fortuna, lo sguardo può ancora planare lontano nonostante i grandi capannoni industriali sorti appena sotto il bosco. Non si vede il solito brulichio di operai e impiegati. Il virus ha lasciato il segno pure sui loro percorsi da formichine.

Non ci penso: il contagio non deve aprire pericolose brecce nell'umore. Meglio lasciare che i miei pensieri prendano il volo. A passo leggero, mi avvicino sempre più alla chiesetta che si staglia nell'azzurro del cielo.

La sagra di Santo Stefano, quand'ero ragazzo, si svolgeva direttamente in cima al colle. Tutt'intorno alla chiesina venivano allestite postazioni tipiche di una fiera di paese: il lungo bancone per la mescita delle bibite, il tavolo della pesca di beneficenza, il gioco dei barattoli o degli anelli e, più giù verso il bosco, lo stand per il tiro a segno.

Lascio correre lo sguardo e mi pare di vedere la ghirlanda delle lampadine punteggiare, come stelle minori, le serate di festa. Percepisco pure un profumo indefinito: di dolci forse, di granite allo sciroppo, di allegria. Non immaginavo, allora, che tutto ciò avrebbe contribuito a formare l'humus per la memoria; una delle tante minuscole pietre miliari di una vita.

Ma lo sguardo non può volgersi troppo all'indietro. È ora di rientrare e provare a guardare avanti. Con fiducia. "Malgré tout".

 

 

©Giovanni Soldati    aprile2020

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento:

26 ottobre 2020

 

Creato da Matteo Soldati