da "Qualcuno sa perché"   ( FontanaEdizioni, 2018, cap. 1)

 

 

 

Il locale sembrava sparare in faccia il profumo di gioventù mancata. Un profumo intenso che le pareva di non aver mai veramente percepito. Si guardò attorno. Le pareti erano tappezzate di una stoffa d'un verde scuro piuttosto demodé. A dare luminosità ci pensavano delle grandi fotografie in bianco e nero con immensi spazi bianchi messi lì di certo non per caso. I soggetti erano molto sensuali. Ogni gigantografia era sovrastata da uno spot che dirigeva il suo fascio di luce direttamente sul soffitto creando un gradevole effetto ragnatela.

Scese i quattro o cinque gradini che separavano l'entrata dal lungo salone. Qualcuno si voltò al suono dei suoi tacchi. I più continuarono, però, il loro cicaleccio leggero e composto. Anche la musica era diffusa in modo discreto da piccoli amplificatori disseminati un po' ovunque. Riconobbe subito la voce del cantante degli Spandau Ballet e si sentì, per un attimo, proiettata indietro nel tempo.

Si riscosse dai suoi pensieri sentendosi gli occhi addosso di un tizio niente male.

Cosa o chi stava cercando lì dentro? Se l'era chiesto per giorni prima di decidersi a dar seguito agli ammiccamenti che le erano balzati agli occhi dalle pagine web di uno dei tanti siti che affollano la rete. Promettevano incontri intriganti, spensieratezza, forse amore.

Ne sentiva il bisogno. Un bisogno forte, impellente.

Doveva dimenticare. Subito.

Lì dentro, pensò, non sarebbe stata un commissario di polizia.

Aveva ottenuto qualche giorno di riposo dopo la conclusione di un caso rognoso per il quale era dovuta andare fino a Zurigo a scomodare la Kriminalpolizei della città. Un caso che, seppur risolto, le aveva lasciato un buco nello stomaco e una nausea da dilettanti.

Doveva dimenticare. Fatti, personaggi, circostanze e epilogo in chiaroscuro. Non si sentiva bene per quel finale. Oltretutto l'omicidio era stato persino, per certi versi, premeditato. Certo, c'erano di mezzo i fumi dell'alcol, lo stordimento dei sensi e una non del tutto giustificata percezione della giustizia che l'aveva portata ad assumersi il compito di giudice supremo. Troppo per una semplice donna-commissario di provincia.

Per questo era uscita quella sera fasciata dal suo tubino preferito e con tacchi che non sarebbero di certo passati inosservati. I suoi trentotto anni erano esibiti con la disinvoltura di chi dice "Ehi, guarda che non sono una ragazzina!". Il trucco leggero era più che adeguato al taglio di capelli, corti e scalati, che portava ormai da tempo. Tolse dalla borsetta un accendino rosso pur sapendo di non poter accendere una delle sue lunghe sigarette. Se lo passò da una mano all'altra come fosse un talismano. Quando vide che il barista la stava osservando, lo rituffò tra i segreti della pochette nera. Accennò un sorriso appoggiandosi ad uno degli alti sgabelli del bancone.

   - Sola? -

Si girò con lentezza studiata. L'uomo che le stava di fronte era di bella presenza e pareva aspettare proprio lei.

   - Mi chiamo Jorge ma tutti mi chiamano Jo. -

  - Piacere, Adriana – disse lei ma, chissà perché, subito si pentì di aver detto il suo vero nome. Quel "Sola?" buttato lì come una luccicante mosca sull'amo la riportò subito ad una vita precedente e al ricordo dell'uomo che, imprudentemente, l'aveva pronunciato. Sì perché, in quell'occasione, l'esca l'aveva preparata lei.

  - Bene. – disse con una certa sfacciataggine lui – Sei la prima Adriana che conosco. Cioè… scusa, non volevo dire che… Insomma, non sono un collezionista! È solo che, col mio mestiere, ho una lista di nomi piuttosto lunga. Pazienti, capisci? Sono uno psicanalista. In realtà non so mai se ho a che fare con pazienti o clienti. La linea di demarcazione è abbastanza sottile. In verità sono pagato per dire ciò che vogliono sentirsi dire. Comunque è vero, sei la prima Adriana. –

Il suo sorriso si allargò sotto le acque quiete dei suoi occhi.

   - Santo cielo! – si disse Adriana - Oltre che figo anche psicanalista. -

   - A che pensi? –  aggiunse lui.

   - A cosa mi posso far offrire da bere. Cosa bevono gli psicanalisti fuori servizio?–

   - Eh, eh. Gli psicanalisti non sono mai fuori servizio. –

Adriana sorrise imbarazzata.

   - Un Martini? -

   - Aggiudicato. -

Jorge fece un cenno al barista che capì al volo e si voltò per la preparazione dei bicchieri. Adriana Veri, invece, lasciò correre lo sguardo sulle coppie che, nel frattempo, parevano essersi formate quasi in modo casuale.

Anche i commissari di polizia non erano mai fuori servizio ma, per il momento, lei era solo una donna in cerca di qualcuno che le potesse regalare qualche ora di disincantata follia. Che le potesse battere il cuore per uno psicanalista non era che una delle sorprese della serata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento:

11 novembre 2018

 

Creato da Matteo Soldati