Da Una linea sottile, Armando Dadò Editore Locarno 2012

 

 

 

 Una linea sottile - capitolo 1

 

1

 

C’era una cappa opprimente.

La camera sembrava una gabbia afosa e sconosciuta. Il bisogno di una birra fresca era l’unico pensiero che gli sorprendeva i neuroni nebulizzati dalla noia di quel pomeriggio bituminoso.

Rodolphe uscì. Doveva uscire. Per qualche lungo attimo era meglio dimenticarsi del lavoro di traduttore a domicilio, unico scampolo di attività decente raccattata dopo varie traversie. Non era un lavoro interessante, non per Rodolphe. Rimasticare concetti pensati da altri lo intristiva, era come credere di partecipare ad una gara di atletica stando a pochi centimetri dalla pista in tartan e dal sudore vero, quello degli sportivi di razza, quelli che non scrivono, corrono.

In strada si fermò un attimo cercando di ricordarsi del bar più vicino.

No, il più vicino lo scartò subito; troppo anonimo, con fastidiose luci al neon che davano pallore a tutto e a tutti. Decise di fare uno sforzo, molto relativo in verità, in quanto preferiva di gran lunga passeggiare che rimanere confinato in camera. D’altronde, una volta raggiunto il marciapiede opposto, si sarebbe trovato in ombra.

Camminò per dieci minuti buoni. La città sembrava distesa su lenzuola sudaticce e calde. Non di meno la vita scorreva tra le vie, grandi e piccole, con una certa frenesia. Il sangue di lamiere, con tanti piccoli globuli annoiati, percorreva strombazzando le vene e le arterie dei sensi unici.

Rodolphe arrivò finalmente da Claude. Lì era un porto sicuro. Ormai era da qualche anno che frequentava quel locale. Si trovava in una laterale di Rue Gaston Dupré, una via tranquilla e sonnacchiosa, abitata da magrebini di seconda e terza generazione. Molti negozi testimoniavano ancora della fatica di un’emigrazione sfuggita ai tanti controlli ma non per questo meno seria ed affidabile. Niente a che vedere con le rissosità esacerbate della Banlieue più battagliera.

Quando oltrepassava la soglia de “La Maison Rouge”, Rodolphe si sentiva subito a suo agio. Lì, nei primi mesi a Parigi, aveva trovato sede il suo studio: un tavolino in legno scuro proprio a fianco del bancone di mescita. Claude l’aveva accolto subito come un figlio. Nessuno badava molto a lui o ai fogli spesso sparsi per ogni dove. Se non era impegnato a tradurre, si limitava ad osservare l’andirivieni di quel microcosmo variegato di tute da lavoro o di grembiuloni macchiati.

Ora, quando aveva un peso difficile da far sopportare alla sua coscienza, si rifugiava alla Maison, con un boccale di birra ed una Gauloise blu. Certo, adesso tutti sapevano, o credevano di sapere. Per i clienti del bistrot, anche quelli che non gli avevano mai rivolto la parola, o magari non si erano nemmeno accorti della sua presenza, era diventato l’uomo del mistero. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento:

14 luglio 2018

 

Creato da Matteo Soldati