Da Muro di vetro, Edizioni Ulivo Balerna 2009

 

 

 Destinazione Sud

 

Lunedì, ore 7 e 12 del mattino.

Aline salì sulla carrozza annusando l’odore di treno, emozionata come una bambina di fronte ad un regalo speciale. Il vagone era completamente vuoto. Si scelse con cura il posto migliore. Si sedette vicino al finestrino, dalla parte della direzione di marcia. Il treno sarebbe partito di lì a tre minuti. Appoggiò la grossa borsa da viaggio accanto a lei e sospirò. Fuori, sotto la pensilina, due ferrovieri parlottavano annoiati. Cercò di fotografare mentalmente quel quadretto nel quale rientravano anche due goffi passeri che si contendevano un grosso pezzo di pane, alcuni pacchi in attesa su un vecchio carretto a strisce gialle e il cartello blu notte con l’orario della partenza. Con la luce ancora indecisa del mattino, sembrava un’opera di Magritte.

Tastò, senza guardare, all’interno della borsetta: c’era sicuramente tutto e, d’altra parte, non poteva che essere così poiché l’unica cosa di cui aveva bisogno, in quel momento, era un buon motivo per partire. Al tatto riconobbe la copertina dell’ultimo libro di Cameron. L’aveva letto, come al solito, tutto d’un fiato. Ora già assaporava il piacere del tempo che si sarebbe concessa, cullata dal movimento ondoso di quella nave su binari, di sbocconcellarlo piano piano, per assimilare ogni goccia di verità.

Aline era come un piccolo vaso di fine porcellana cinese. La delicatezza d’animo traboccava dagli occhi penetranti che, anche senza trucco, davano risalto all’ovale del viso. I capelli, sottili sottili, sembravano fluttuare ad ogni piccolo movimento. Anche se non più giovanissima, era sorretta dalla forza della leggerezza, quella buona dei sogni in attesa, i sogni che si vorrebbe non finiscano mai.

Alle 7 e 15 in punto, sentì una voce metallica in lontananza e lo sbuffo delle porte automatiche che si chiudevano. Guardando dal finestrino, vide il mondo mettersi in moto quasi tossicchiando. Né i ferrovieri né i due passeri sembrarono accorgersi che per lei tutto era in procinto di cambiare. In quel preciso istante entrava, in punta di piedi, in un sogno tutto suo o, forse, ne stava uscendo. Senza rendersene conto, fece un cenno di saluto alla stazione. La sua mente, intanto, già planava come un gabbiano su onde spumose dal profumo di sud, di calore, e di sole accecante.

Il mare, il suo mare, che mille volte aveva immaginato e persino raggiunto nelle notti  salate dalle lacrime, la stava ad aspettare: un mare discreto, solitario e complice, come solo si può trovare in inverno quando secchielli, palette e voci dissonanti sono da tempo in soffitta. Un mare da leggere onda per onda, sussurro per sussurro, con l’anima intabarrata e il naso rosso per le sferzate di vita regalata, attimo dopo attimo.

Alla prima galleria si accesero le luci. Un rumore sordo attraversò i vetri e i pensieri. Aline distese le gambe sul sedile di fronte e provò a chiudere gli occhi.

All’entrata della stazione centrale di Milano, lo sferragliare del treno sulle vene scoperte degli scambi la riportarono fuori dal limbo sommesso nel quale si era tuffata. Prese la borsa e, in punta di piedi, la sistemò nell’apposito vano. Il vagone attendeva con impazienza altri passeggeri.

Non furono molte le persone che salirono, perciò, ognuna di loro, riuscì a trovarsi un cantuccio dove rintanarsi, senza dover compiere lo sforzo di intavolare un qualunque tipo di conversazione. Ogni passeggero si custodiva gelosamente in tasca la propria idea di viaggio.

Aline si lasciò leggermente scivolare in avanti con il bacino accavallando le gambe. Mentre il treno si rimetteva in moto, frugò nuovamente nella borsetta fino a che ebbe trovato una penna ed una piccola agenda. In una delle ultime pagine scrisse: “Il viaggio come metafora della vita” ma poi trovò questa annotazione troppo scontata e la cancellò seppellendola sotto una cascata di ghirigori blu.

Viaggiare deve servire per ritrovare un punto fermo, un’identità da lasciar vivere nel ricordo di chi, o cosa, è stato abbandonato.

Si passò una mano sulla fronte aggrottando le sopracciglia. Un giovane sorrise incrociando il suo sguardo. Aveva tutta l’aria di essere uno studente. Capelli lunghi e ben curati, colorito pallido, forse dovuto all’angolazione particolare della sciabolata di sole che, dal finestrino, creava un effetto riflettore molto intrigante.

Stava seduto in maniera scomposta, a gambe larghe e con una mano infilata nella camicia quasi a massaggiarsi il torace. Sul sedile accanto, una tracolla nera gonfia di libri e dispense. Nessun bagaglio particolare.

Aline lo scrutò con attenzione. I jeans slavati le diedero qualche imprevisto brivido. Istintivamente si umettò le labbra. Incrociò le braccia davanti al petto quasi a voler difendere le intime sensazioni di quell’unico momento di desiderio libero.

Cercò di concentrare i suoi pensieri al di là della vampata di rossore. Dove era diretto a quell’ora inusuale per la scuola, poteva essere un curioso mistero. Magari si trattava di uno studente fuori corso o, forse, aveva semplicemente deciso di non presentarsi alle lezioni di quel mattino rosso avventura, per lasciarsi trascinare dal destino tra le braccia di un inaspettato miraggio. Il mistero del passeggero sconosciuto rimase però nei sogni e nelle palpitazioni di quest’adolescente quarantenne perché, di lì a poco, arrivarono altri due ragazzoni a chiamarlo vociando e prendendolo in giro. Si allontanarono dallo scompartimento con una sigaretta fra le labbra che avrebbero fumato, di nascosto, da qualche parte. Il giovane le passò accanto sorridendo, lo zainetto sulle spalle e il leggero cardigan su un braccio. Aline non riuscì a capire se la risata che seguì, come un alone beffardo, l’uscita di scena del gruppetto, fosse indirizzata a lei.

L’imbarazzo non durò che pochi impalpabili attimi. A Bologna, sul treno, cambiò buona parte della fauna inconsistente di volti, borse e valigie. Guardò sul marciapiede della stazione, sporgendosi dal finestrino, come una ragazzina curiosa. Vide il suo giovane sogno allontanarsi con passo dinoccolato, mentre rideva di gusto con gli amici. Per lui il viaggio era terminato senza scossoni. Chissà se qualcuno l’attendeva appena fuori, a pochi passi dal monumento alla rabbia di un ormai lontano giorno di piombo.

Si rimise a sedere. Alzando lo sguardo fece mentalmente l’inventario di tutto ciò che era riuscita a mettere in valigia: borsetta per la pulizia personale con rossetti, fondotinta e matite, vestiti leggeri e poco ingombranti, la libertà e la voglia di stupire se stessa e gli altri. Niente di più se non la felicità per un attimo da vivere in sintonia col battito del cuore.  Ora era in viaggio: solo questo contava.

Il profumo delle zagare, inebriante e forte, quasi a richiamare la meraviglia di quei generosi fiori bianchi dalla corolla stellata, danzava dolcemente nella sua testa. Il colore verde smunto dei sedili pareva, invece, un drappeggio antico e prezioso. Lei era la principessa di Atlantide, una sirena bellissima su una carrozza dai ricami d’oro, una carrozza ferroviaria diretta verso il caldo sole del sud…

Sarebbe scesa a Brindisi dopo circa nove ore di viaggio col suo libro stretto tra le mani e la leggerezza d’animo di quando si ritrova un amico che si credeva perduto per sempre.

 

A quell’ora, André, il marito, era ancora al lavoro, rinchiuso nel suo adorato e fragile castello di carta, con la camicia bianca e la cravatta blu-noia, in una delle solite giornate anestetizzate e sterili. Rincasava d’abitudine solo la sera, riversando su Aline l’impotenza di una vita piatta e intorpidita; una minestra fredda dove le spezie d’oriente mai avrebbero trovato posto. André non era cattivo, non era violento, non era maleducato. Semplicemente non era.

In un pomeriggio che sapeva di pioggia, Aline si era recata in stazione e si era informata di destinazioni, orari e coincidenze. Le sembrava di rubare le caramelle e trovò tutto ciò bellissimo.

- A sud! – aveva detto eccitata all’impiegato – Voglio partire per il sud. -

E così fece, alle 7 e 15 di quel lunedì mattina.

Aline non stava scappando. Voleva allontanarsi dal suo sottovuoto spinto, riappropriarsi di se stessa, ritrovare i propri pensieri sparsi sulla battigia, raccattarli e, con delicatezza, rinchiuderli in una bottiglia da affidare ai flutti. Scelse di sparire, senza dare spiegazioni. In fondo si sentiva già da anni una desaparecida.

André non l’avrebbe cercata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento:

23 settembre 2018

 

Creato da Matteo Soldati