da L’ultima lettera, Armando Dadò Editore Locarno 2014

 

 

Viaggi di carta    (I movimento)

 

Forse fuori, in questo momento, splende il sole e le bancarelle del mercato offrono i loro colori caldi. Io, qui, attendo il vento buono per partire.

Intanto, con la testa appoggiata all’alto schienale della poltrona rossa, provo a raccattare brandelli di memoria strizzando gli occhi.

Vorrei poter annunciare un ritorno. Vorrei essere, finalmente, atteso. Vorrei che la dea Atena mi portasse al compimento delle mie dodici tappe. Ma io non sono Ulisse e la mia mente non è un mare dove perdere lo sguardo. Torneranno, forse, le sirene. Di certo non saranno per me.

Non so perché sono arrivato qua. Sono confuso. Il mio viaggio dev’essere stato avventuroso, così almeno mi piace pensare, anche se la percezione del tempo, dei luoghi e dei fatti mi è sfuggita tra le mani come sabbia fine.

Me le guardo, le mani; non hanno calli recenti. La pelle è però ruvida e coriacea: una buccia d’arancia raggrinzita da una vita spesa altrove, fuori di qua e fuori da me stesso, in un “chissà dove” senza spazio e senza tempo.

Provo a chiudere gli occhi ma l’ansia mi rincorre inesorabile tra meandri vagamente familiari seppure così lontani. E poi quel frammento di immagine, un fotogramma in bianco e nero, che ritorna in un flashback rapidissimo: un’arma fredda impugnata a due mani.

Mi piacerebbe ricostruirmi una memoria ma nel contempo ne ho paura perché non so più né dove, né come, né cosa…

Il bandolo della matassa è forse qui, nascosto tra le scaffalature grigie di libri polverosi. I viaggi sono tutti rinchiusi nelle pagine abbandonate alla noia di questo lungo, e silenzioso, locale verde oliva: la biblioteca del carcere. Unica nota di colore, la poltrona rossa. Consunta, e condannata anch’essa all’ergastolo, serve a me come punto di riferimento irrinunciabile. È, a tutti gli effetti, la mia poltrona.














 

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Ultimo aggiornamento:

23 settembre 2018

 

Creato da Matteo Soldati