Assenze e presenze

 

 

Non sono mai stato un allievo modello. "Rendimento discreto". Lo dicono ancora adesso. Me la cavo. Non ho grossi problemi di apprendimento ma la scuola me la lascio scivolare addosso come un male necessario, un tunnel attraverso il quale tutti dobbiamo passare cercando di mirare bene l'uscita al momento giusto.

Ho tredici anni e non ho mai ripetuto una classe. Non credo, però, di essermi nemmeno mai meritato un "bravo". Ripeto: il rendimento è sempre stato discreto. L'atteggiamento no. Persino alle elementari. Capitava, solo per fare un esempio, che alla lezione di ginnastica mi presentassi con una giustificazione e con la faccia di circostanza mentre per l'allenamento, subito dopo l'orario scolastico, nessun dolore era forte abbastanza per farmi desistere.

In classe vivacchiavo, abituato a dare il minimo indispensabile. Abbastanza, comunque, per non agitare troppo i sonni della maestra e dei miei genitori. "Può dare di più" era il ritornello. Lo è ancora adesso o, forse, lo era fino alla chiusura per pandemia. Dopo non se n'è più parlato. 

- Che bello! Tutti a casa! – ho pensato quel giorno.

 

Mi manca. Non devo dirlo ad alta voce; i miei compagni mi prenderebbero in giro. La scuola mi manca. È un bisogno fisico quello che provo: mi manca di toccare i muri, le porte, i banchi, di sentirne l'odore. Mi mancano gli spintoni dei miei compagni, le risate in giardino, i bigliettini infilati negli zaini, le prime occhiate complici della ragazzina del terzo banco, il contatto fisico con gli amici, magari un tantino troppo manesco, alle fermate del bus.

Mi mancano pure i prof. Beh, non proprio tutti. Non esageriamo…

Però mi mancano le loro sottili battute, le loro delusioni per le nostre "prodezze" e la loro gioia quasi esagerata quando qualcuno di noi supera un ostacolo che credeva insormontabile.

Questo tempo sospeso forse riuscirà ad insegnarci ad apprezzare piaceri minuti, fatti di quisquiglie quotidiane. Non mi riferisco solo alle questioni scolastiche.

Qualche giorno fa sono andato a consegnare la borsa della spesa a mia nonna. Lei si è affacciata alla finestra. Le ridevano anche le rughe. Io ho appoggiato la borsa sullo zerbino e l'ho salutata agitando le braccia come un forsennato. Non credevo che un'azione cosi banale come quella di consegnare un po' di verdura, del prosciutto e un pacchetto di riso, cosa che del resto non avevo mai fatto, potesse procurarmi un tale benessere.

È ben strana la vita che, per regalarti un momento speciale, te ne deve togliere altri.

Ieri, seduto davanti al mio pc, ho parlato con uno dei miei professori. Non ho osato dirgli che mi faceva piacere rivederlo. Non potevo certo perdere la mia fama da duro. Dopo pochi preamboli, durante i quali l'ho rassicurato sullo stato di salute della mia famiglia e del mio gatto, abbiamo parlato di compiti. Ho scoperto, in queste settimane, quanta fatica, fantasia e pazienza devono mettere in campo i prof. Naturalmente questo non gliel'ho detto…

Avrei voluto anche dirgli che dietro uno schermo non è scuola; è come pretendere di coltivare la terra senza sporcarsi le mani e senza sudare. Non vale.

Per finire ho salutato il mio sore in modo piuttosto asciutto, quasi distaccato. Avrà pensato che sono il solito. Lo sono ancora? Non lo so. Aspetto un confronto, uno vero. Senza lo sfarfallio di un monitor.

 

Un ritorno sui banchi? Sì, certo. Adesso mi piacerebbe. Dico sul serio! Però vorrei che a decidere se, come e quando fossero i miei professori e non qualcuno che, nelle aule scolastiche, non ci mette piede.

 

©giovannisoldati     maggio2020

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento:

2 giugno 2020

 

Creato da Matteo Soldati